Due parole...

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Buone feste!

lunedì 23 dicembre 2013

A un giovane traduttore/2

giovedì 08 novembre 2012

Pubblicandolo, non pensavo a questo mio post qui sotto come al primo di una serie. Ma data la pertinacia con cui l’«editore» che tutti abbiamo imparato a conoscere prosegue nelle sue battute di caccia all’aspirante traduttore, queste «lettere» rischiano di diventare una rubrica fissa.

Alla prima uscita il mio scritto era scaturito come risposta al messaggio di un giovane traduttore che valutava l’ipotesi di partecipare a uno dei creative meeting organizzati dall’«editore»—o che vi aveva partecipato, era stato selezionato e meditava di svolgere una traduzione per questo committente, ma aveva poi letto un altro mio scritto sull’argomento e si era scoraggiato; e io non avevo potuto far altro che sconsigliargli caldamente qualunque contatto con l’«editore» in questione.

Qualche settimana fa ho poi ricevuto questo messaggio personale, che ora pubblico con l’autorizzazione del mittente (tacendone il nome per motivi evidenti: tutte le omissioni e le sostituzioni fra parentesi quadre sono mie) perché spiega cosa succede a chi non solo cade nel tranello del creative meeting, ma accetta anche di svolgere traduzioni per questo «editore».

Salve Isabella,

sono un giovane traduttore di [località del Sud Italia], già laureato in Mediazione linguistica presso l’Università degli Studi di [...], e laureando magistrale (tra un mese) in Traduzione presso l’Università degli Studi di [...].

Da giovane traduttore sprovveduto e squattrinato, alla ricerca di un’occasione e di un’opportunità, anche io ho fatto l’esperienza della [...] Editore, e avendo letto un suo post [...] su internet a proposito della discutibile attività condotta da questi signori, volevo scriverle per raccontarle la mia esperienza [...].

Ho partecipato al loro “corso” nell’aprile del 2010 a [località del Nord Italia], scucendo i 140 euro (allora erano 140, non so se adesso sono arrivati a 160 [...]) oltre chiaramente al viaggio di andata e ritorno (che le assicuro da [...] non costa affatto poco…), e per fortuna mi sono potuto appoggiare da amici per il soggiorno, altrimenti non so a quanto sarebbe ammontata la spesa complessiva!

Comunque… ho fatto il corso… 3 ore… mai visto un corso così breve… e dopo mi è stata assegnata una cartelletta con una dispensa e un CD-ROM in cui erano contenute le prove da effettuare… a chi avesse dimostrato buone qualità sarebbe stato offerto un contratto di edizione per la traduzione di due opere letterarie, che sarebbero state successivamente pubblicate… quindi immagini lei che gioia, quel giorno di giugno in cui ricevetti a casa non solo l’attestato di partecipazione al corso, ma anche il contratto di edizione per due opere da tradurre dallo spagnolo all’italiano! La prima traduzione era da consegnare entro il 30 settembre 2010, [Titolo] di [Autore spagnolo fuori diritti]; la seconda entro il 30 marzo 2011, [Titolo] di [Autore spagnolo fuori diritti].

Solo che… qua c’è il contratto… qua l’attestato di partecipazione… qua i titoli delle due opere, scritti semplicemente al computer in un foglio A4… ma le opere stesse? Dovetti contattarli, via mail, per farmele mandare in allegato… mah… cominciai a sentire puzza di bruciato… ma ero solamente un traduttore alla mia prima esperienza… feci leggere il contratto a un avvocato amico mio… e nonostante i suoi appunti [...] mi misi subito al lavoro.

Terminai la prima traduzione, che venne pubblicata dopo varie mail di solleciti e richieste da parte mia (molte delle quali senza risposta…) a settembre 2011, e alla quale posso tranquillamente affermare che feci più pubblicità io di loro [...] ma che nonostante tutto riuscì a vendere solo una copia: lo stesso editore mi comunicò questo, puntando il dito contro il generale periodo di crisi, e dicendo che quanto mi spettava per contratto, cioè 2 euro e rotti, mi sarebbe stato liquidato entro il 30 aprile 2012. [G]razie a Dio non ho bisogno dei 2 euro della [...] Editore per vivere, ma è comunque un fastidio se fai due conti e pensi: al corso a cui ho partecipato eravamo una trentina… metti che facciano sei corsi l’anno… sono 180 traduttori… metti che a 150 di questi facciano un “contratto” per tradurre due opere che vendono poco… e il cui compenso per il traduttore sarebbe 2 euro a opera… alla fine dell’anno i signorotti si ritrovano con 300 nuove opere tradotte… e circa 600 euro che però, per un motivo o per un altro, non distribuiranno mai… perché nessuno si lamenterebbe mai per non aver ricevuto 2 o 3 euro…

Per quanto riguarda la seconda traduzione, invece, dopo varie mail secondo le quali una volta stava per essere impaginata, una volta era in distribuzione, una volta la direttrice aveva problemi in famiglia, una volta stavano traslocando… bene, l’unica copia in circolazione è quella che hanno mandato a me, mentre la pubblicazione non è mai avvenuta! Nel frattempo, però, in mezzo a tutti questi problemi per cui non trovavano neppure un attimo di tempo (e di dignità, aggiungerei io [...]) per rispondere alle mie mail di richiesta di informazioni, hanno continuato ad organizzare i loro “corsetti” in giro per l’Italia…

Il massimo è stato raggiunto qualche giorno fa, quando ho deciso di chiamarli al telefono per chiedere spiegazioni della situazione. Ma prima ho fatto una semplice operazione: se la mia opera è stata pubblicata, uscirà qualcosa su Google, no? Così vado su Google e scrivo: “[titolo italiano dell’opera + nome e cognome dello scrivente]”… e sa cosa scopro? Che questo libro esiste già… ma è una traduzione [...] effettuata nel 1993 da [Nome e cognome di un/a collega]! A quel punto ho deciso di non chiamare [...]. Tra l’altro, nel contratto di edizione che mi hanno inviato e che è firmato da me e da loro, al punto 8 viene chiaramente affermato che “La pubblicazione avverrà al massimo entro due anni dalla firma del presente contratto (art. 127 legge sul diritto d’autore), con possibilità di posticipare di 24 mesi qualora il traduttore non riuscisse per gravi motivi a compiere il lavoro”: ma [...] il traduttore è riuscito perfettamente a compiere il suo lavoro con puntualità e professionalità, adesso dovrebbe toccare all’editore dimostrarne altrettanta, dal momento che la data della firma del contratto è il 30 giugno 2010 [...].

E così, preso dalla rabbia, ho cominciato a cercare informazioni su internet, e ho visto il suo post, e ho deciso di contattarla per raccontarle la mia storia [...].

[N]on mi interessa assolutamente nulla dei 2 euro, e neppure dei 140 euro del corso a questo punto, ma sono determinatissimo a fare qualsiasi cosa per farla pagare a questi presunti “mecenati”, perché mi dà tremendamente fastidio essere preso in giro e perché non sopporto l’idea che possano continuare a farlo con altri giovani sprovveduti come me.

[Seguono cortesi ringraziamenti e saluti]

T.

Che dire, caro T., a parte ringraziarti a mia volta per la fiducia. Io non sono un avvocato né ho fatto studi giuridici, quindi commento sulla scorta della mia esperienza personale e posso solo ribadire quanto già scrivevo: sia per quanto riguarda i creative meeting che per la «selezione» e assegnazione di opere da tradurre, il nostro «editore» non fa nulla di penalmente rilevante, e dunque non credo che possa essere perseguito in alcun modo. Può solo essere accuratamente evitato, come va accuratamente evitata (e, semmai, stigmatizzata e denunciata in pubblico) qualunque offerta di lavoro gratuito: che, di norma, beneficia chi la fa, ma danneggia chi la accetta. Nel tuo caso specifico, se hai svolto un primo lavoro e non hai ricevuto il compenso pattuito (per misero che fosse: a volte contano più i principî), e se hai firmato un secondo contratto di edizione che prevedeva specificamente la pubblicazione entro una certa data, puoi certamente rivolgerti a un legale per ottenere l’una e l’altra cosa, con una ragionevole certezza di vederti dare ragione in entrambi i casi: è certo, tuttavia, che per non incorrere in altre e ben più pesanti spese devi cercare un legale che ti assista gratuitamente. Tengo però a farti notare che la seconda opera di cui mi hai parlato e che, con tuo grande stupore, hai visto tradotta da un altro professionista e pubblicata da un altro editore, è un’opera fuori diritti, vale a dire nel pubblico dominio; vale a dire ancora, che chiunque può farla tradurre e pubblicare, senza che questo leda in alcun modo nessuna tua prerogativa.

Per quanto riguarda invece le questioni più generali sollevate dalla tua missiva, proverò ad aggiungere qualche informazione che spieghi come e perché il nostro «editore» faccia e continui indisturbato a fare quello che fa, partendo proprio da quel che racconta nei suoi creative meeting.

Il come: è vero che secondo la legge italiana sul diritto d’autore i traduttori possono essere pagati con una percentuale sui guadagni di ogni copia venduta; ma è altrettanto vero che questa non è la prassi corrente, come pure è vero che nei Paesi (europei, per esempio) in cui la prassi è diversa, questa non esclude mai un equo compenso per la traduzione in sé, da corrispondersi alla consegna del lavoro o poco dopo. Insomma, i traduttori italiani percepiscono d’abitudine un compenso a stralcio, o a forfait (tot euro per tot cartelle, meno la ritenuta d’acconto dovuta al fisco), e altri traduttori in altri Paesi riscuotono sia il compenso a cartella, sia la percentuale sulle vendite, o royalty, o «i diritti d’autore» come a volte usa dire.

Il perché: diamo per scontata la furbizia e l’avidità dell’«editore» di cui stiamo parlando. Ma c’è dell’altro, e riguarda noi e non lui. Purtroppo la stragrande maggioranza dei giovani che, come te, aspirano a tradurre per mestiere, ignora le norme e anche le prassi che lo circondano, e su questa diffusa inconsapevolezza giocano gli avidi e i furbi (c’è il Nostro, ma non solo lui). A me personalmente sembra che l’attività d’impresa condotta dal Nostro sia quella di organizzare i creative meeting, e nessun’altra. Solo quest’autunno ne ha lanciati quattro; fossero anche solamente otto incontri l’anno, per venti partecipanti (stimo per difetto), per 160 euro ciascuno… stiamo parlando di un introito che sfiora i ventiseimila euro, al netto di spese a me ignote ma che posso immaginare non troppo gravose. E se le cifre fossero più alte di quelle che ipotizzo, chi ha bisogno di fare veramente dei libri, quando può campare così?

Il punto che riguarda noi – e dico noi perché anch’io sono stata una traduttrice esordiente, con la voglia matta e disperatissima di mettere la firma sul mio primo contratto di traduzione, e ancora adesso commetto errori in sede di trattativa e di firma…! – è che l’ignoranza normativa e pratica ci si rivolta sempre contro. Se partiamo dal presupposto che tradurre è un mestiere, e che una traduzione è un lavoro, da questo consegue senz’altro che si deve essere pagati per farlo: e dunque, che qualcuno ci chieda del denaro per lavorare (e gli amici valdostani sono ancora più furbi di così: loro chiedono denaro in cambio della promessa di un lavoro futuro), anziché offrircelo, dovrebbe già metterci sull’avviso. E dal presupposto che dicevo discendono anche altre considerazioni: chi lavora viene pagato in seguito alla firma di un contratto dai termini regolati per legge, e chi viene pagato, poi, deve pagare le tasse. Perché sono così pochi gli aspiranti traduttori che si preoccupano di studiare anche quanto sta attorno al lavoro ambitissimo, le norme di legge, le prescrizioni fiscali? Un po’ è colpa di chi, nel pubblico e nel privato, fa molta formazione ma poca o nulla informazione. Un po’ è colpa della generale irriverenza per le norme – prima fra tutte, quella anche morale per cui il lavoro deve ricevere la «giusta mercede» – che ha contaminato troppi rapporti di lavoro in troppi ambiti. Un po’ è colpa di (alcuni, sempre meno) traduttori anziani del mestiere che affermano, senza il minimo imbarazzo e con la vezzosità di anziane dame aristocratiche di «non capire nulla di contratti, di leggi e di fisco, per carità, ci mancherebbe», senza rendersi conto che, mettiamola così, se tu non ti occupi di legge e di fisco poi saranno loro a occuparsi di te: e quando succede, fa male…

Ma un po’, giovani, aspiranti traduttori, è colpa vostra. Perché non chiedete in giro come funzionano le cose prima di sborsare qualunque cifra, per qualunque corso? Perché, volendo fare gli autori di traduzioni (così ci definisce la legge), non vi preoccupate di sapere a che condizioni contrattuali e fiscali lavorano gli autori in questo Paese? Come vengono retribuiti, sulla carta e nella pratica, come pagano le tasse (perché le pagano, eh: il fatto che i proventi di opere dell’ingegno, e cioè i soliti «diritti d’autore», siano esenti dall’iva non significa che siano esentasse…), come funziona per loro la previdenza sociale, cioè la pensione (facile, questo ve lo dico io: non ce l’hanno), e via discorrendo…? D’accordo, non rispondetemi: cominciate a farlo, ve ne verrà solo del bene. Ci sono i siti istituzionali, ci sono le comunità di traduttori, ci sono le liste di discussione come la mai abbastanza lodata Biblit, da qualche tempo c’è perfino un sindacato. Ci sono gli incontri fra e per traduttori al Salone del Libro di Torino, alla fiera PiùLibriPiùLiberi di Roma, al Pisa Book Festival, e sto parlando solo dei primi che mi saltano in mente senza andare a cercare.

Sì, lo so: ci vuole un sacco di tempo, e un sacco e una sporta di pazienza, impegno, tenacia. Ma trovare lavoro oggi è difficilissimo in moltissimi settori, e quello della traduzione editoriale era un ambito con altissime barriere all’entrata anche prima: prima della crisi finanziaria globale, e prima della crisi italiana delle vendite librarie 2011-2012, che ha causato una contrazione dei titoli pubblicati, degli acquisti di libri stranieri (cioè, delle potenziali traduzioni assegnabili con un minimo di mercato) e dei compensi dei traduttori. Non se ne esce, perdonatemi: sono cose che bisogna sapere, oltre a tutto il resto. E qui, caro T. e tutti gli altri che hanno avuto la voglia e la pazienza di leggermi fino in fondo (grazie), concludo con una minaccia: a presto un post su tutto il resto.

A un giovane traduttore

mercoledì 19 settembre 2012

«Guai a colui … che fa lavorare il prossimo per nulla, non gli paga il suo salario…» (Geremia, 22,13)

 

(Questo articolo è già stato pubblicato nel giugno 2012 sulle pagine di No Peanuts! for Translators, che invito tutti i colleghi traduttori e aspiranti tali a visitare presto e con regolarità.)

Chi mi conosce, in special modo fra i colleghi traduttori ma non solo, sarà forse al corrente degli antefatti che legano il mio nome a quello di un «editore» valdostano. (Chi invece non fosse al corrente può informarsi qui.)

Sono passati quasi tre mesi dalla risposta che ho indirizzato allo studio legale dell’«editore», e né lo studio legale stesso, né l’«editore» si sono più rimessi in contatto con me. So però che l’«editore» non desiste dalle proprie battute di caccia al traduttore (trovando purtroppo anche degli imitatori), e pochi giorni fa ho ricevuto questa e-mail (dove non è importante il chi, ma il cosa):

L’11 giugno 2012 20:36, C.F. ha scritto:

… Ora, sono stato contattato la settimana scorsa dall’editore in questione in merito alle loro selezioni per traduttori. In quanto laureato in lingue e letterature straniere l’ambito delle traduzioni è sempre stato tra le mie prospettive di lavoro principali e quella proposta mi era sembrata una ottima occasione di mettere a frutto le mie esperienze. Tuttavia la lettura dei diversi articoli [da lei tradotti, ndr] mi ha profondamente sfiduciato… vorrei un suo parere personale sulla serietà e sulle reali possibilità della proposta.

e a un certo punto mi è venuto in mente che, forse, la risposta privata che stavo per inviare a C. poteva utilmente diventare una risposta pubblica. E dunque eccola:

Caro C.,

personalmente mi dispiace molto di aver causato un senso di sfiducia, in te o in chiunque altro sia molto più giovane di me, d’età e di mestiere, e coltivi la speranza di fare il traduttore editoriale.

Ma per dire pane al pane senza tante cerimonie, questo «editore» non ti offre «un’occasione»: se la proposta rivolta a te è la stessa che i signori pubblicano sul loro sito e a scadenza periodica anche altrove, questo «editore» ti chiede dei soldi per farti lavorare gratis, e per un periodo indefinito. A un testo che non si sa se sarà pubblicato; che se lo fosse (in formato elettronico, come e-book), ha scarsissime possibilità di essere venduto; e che, quindi, non si tramuterà per te in alcuna occasione, di visibilità e tanto meno di guadagno.

Questo «editore», già da un pezzo, ha individuato nel bisogno di esperienza e nella fame di lavoro degli aspiranti traduttori editoriali la sua gallina dalle uova d’oro.

Attira persone come te, giovani o meno giovani ma soprattutto inesperte riguardo al funzionamento dell’editoria libraria e alle prassi normative che lo regolano; e in cambio di denaro, nel corso di un creative meeting di tre ore racconta loro diverse cose, ma soprattutto che in Italia, per i traduttori editoriali, la legge prevede un compenso tramite royalty: cioè, una partecipazione ai ricavi della vendita di ciascuna copia del libro tradotto, sotto forma di percentuale sul prezzo di copertina (o di download).

Quindi procede ad assegnare ai partecipanti ai meeting un saggio di traduzione; e in base a questi saggi seleziona alcuni fortunati a cui affidare, previa firma di un «contratto», interi volumi da tradurre e poi pubblicare (forse) in forma elettronica. Dunque l’aspirante traduttore paga per partecipare al meeting; si paga ovviamente il viaggio per raggiungere il luogo del meeting stesso; poi torna a casa e lavora gratis per giorni o settimane al saggio di traduzione; poi, forse, sarà selezionato grazie alla validità della sua prova, e in quest’ultimo caso firmerà un «contratto» che gli consentirà di lavorare gratis qualche altro mese alla traduzione di un testo qualsivoglia; quindi consegnerà, e infine…

Infine? Non si sa. Sì, l’«editore» vende e-book, raccolti in un catalogo ampio quanto fantasioso. Tuttavia, se non è difficile trovare in giro per il web testimonianze di traduttori sulla sequenza di fatti che ho appena descritto, per il momento rimane impossibile leggere di esperienze felicemente concluse: traduzioni assegnate, svolte, pubblicate, vendute e i cui proventi sono stati ripartiti con soddisfazione di tutti. Colleghi traduttori editoriali che avete lavorato o lavorate per l’«editore», se questa esperienza vi ha dato gratificazioni letterarie, vi ha aiutato nella carriera e vi ha portato dei guadagni, non importa di quale entità, fatecelo sapere: non chiediamo di meglio. Al momento, però, queste voci tacciono.

E nell’attesa di udirle, caro C., lascia che provi a raccontarti come funziona veramente questo mestiere, per me e per gli altri colleghi più o meno affermati nella traduzione letteraria/editoriale ma che tutto sommato lavorano regolarmente.

Un editore italiano compra da un editore, da un agente o da un autore straniero i diritti di traduzione in italiano di un testo in lingua straniera. Chiama un traduttore e gli propone il lavoro; se non lo conosce gli affida un breve saggio di traduzione, ma talvolta lo fa anche se già lo conosce, perché non ogni testo è nelle corde di ogni traduttore. Se il saggio piace, traduttore ed editore si accordano su tariffa e tempi di consegna: da lunga consuetudine, il compenso del traduttore viene stabilito in una certa somma di euro a cartella – cioè a pagina dattiloscritta di duemila battute: il numero non è scolpito nella pietra, ma qui cerchiamo di semplificare – al lordo delle tasse dovute, moltiplicata per il numero totale di cartelle della traduzione una volta completata. Ancora più in breve: cento cartelle di traduzione finita, per quindici euro lordi a cartella, uguale millecinquecento euro lordi di compenso al traduttore, a trenta, 45, 60 giorni dalla consegna (nell’esempio, fanno 1.275 euro netti di ritenuta Irpef che è a carico del committente, cioè dell’editore). Insomma il traduttore lavora, consegna, attende qualche settimana o mese, viene pagato, e il destino commerciale del libro non lo riguarda più. (Tranne in casi, più rari una volta, felicemente più frequenti ora, dove l’accordo fra traduttore ed editore prevede sia una retribuzione come l’ho appena descritta, sia una parte di royalties, cfr. sopra). Ma in generale, e per lo più, funziona così: c’è un professionista che lavora, e per questo viene pagato. Somiglia all’offerta che hai ricevuto dall’«editore»? Ti si propone la certezza di un impegno contro la certezza di un compenso?

L’«editore» di cui stiamo parlando non fa nulla di illegale, per usare una parola forte. Ma usa gli «incontri» che organizza a pagamento per ottenere una prestazione professionale di alto livello, quale è la traduzione di un testo letterario, gratuitamente, senza offrire alcuna garanzia di compenso, e dietro vaghe promesse di partecipazione agli utili. Nemmeno mente, il nostro «editore», quando dice che la legge italiana sulla tutela della proprietà intellettuale – che equipara autori e traduttori – prevede per questi ultimi un compenso in royalties. Quel che il nostro amico omette di dire è che la legge stessa prevede per i traduttori anche la possibilità del compenso «a stralcio», cioè quello che ho descritto, e ovviamente anche del compenso misto di cui ho parlato fra parentesi tonde; e sorvola agilmente sul fatto che da una parte nessun editore cartaceo o elettronico di minima qualità, credibilità, serietà e prestigio dà lavoro a un traduttore senza garantirgli un compenso certo, alto o basso che sia, e che dall’altra nessun traduttore di minima qualità, credibilità, serietà e consapevolezza del proprio valore – così come nessun altro lavoratore – accetterebbe mai di lavorare gratis.

Non è questa, ora, la sede per approfondire questioni contrattuali, retributive, fiscali che riguardano il lavoro vero dei traduttori veri e il loro rapporto con i loro committenti: non è un letto di rose, i problemi e i conflitti sono tanti, la consapevolezza cresce e dovrà continuare a crescere in entrambe le categorie nella normale dialettica per cui gli editori fanno il loro mestiere di imprenditori e i traduttori cercano di fare il loro di professionisti della parola scritta. Ma oltre alle norme, pur sacrosante, esistono anche le consuetudini. E giudicare chi si ha davanti secondo la sostanza delle sue proposte non è difficile: chi cerca di farti lavorare gratis non è una persona per bene.

In bocca al lupo per il tuo futuro,

Isabella